WEINSTEIN ITALIANI

Caro Direttore,
subii molestie sessuali già all’università (rinunciando al dottorato), poi da stagista alla Commissione europea, pesantemente in Rai quando ero ancora un’ingenua programmista-regista, e potrei continuare con diversi esempi e non certo perché io sia particolarmente attraente ma indipendente sì, e questo non viene perdonato dal superiore di turno che attraverso la molestia impone il proprio potere e l’altrui sudditanza.
Mi sono finora astenuta dal partecipare al mucchio di commenti intorno al ‘caso Weinstein’ sul quale si è costruita una meritoria battaglia (purtroppo, salvo casi minori, solo intorno a quello americano …) che ha avuto e continua ad avere il merito di costringere tutti noi ad una profonda riflessione sulle molestie sessuali nel mondo del lavoro che riguardano non solo ogni ambiente, ma anche gli uomini, sempre più spesso vittime, anche loro, di ricatti sessuali.

Se ora rompo il silenzio è perché vedo, dopo altri, una collega, Marina La Rosa, presa di mira per aver aggiunto un semplice e condivisibile tassello al misero puzzle: “Se ci sono uomini che fanno richieste sessuali in cambio di un lavoro evidentemente c’è un’offerta: tante donne ci stanno, la chiamo prostituzione” ha affermato, citando anche i molti casi delle colleghe che invece hanno detto “no al tale regista e non hanno avuto la parte”.

Nel nostro paese ci sono ancora moltissime donne che non trovano automatico inchinarsi di fronte ai tanti ‘Weinstein italiani’, che non ritengono la propria dignità e credibilità degli optionals, così come non lo ritenevano le eroine evocate ne ‘Le donne erediteranno la terra’ di Aldo Cazzullo – a cui stiamo dando ‘nuova voce’ a teatro da qualche mese – eroine reali, del passato e presente, che hanno avuto la forza di inseguire ideali e passioni non sottostando alla ‘legge del più forte’.
#metoo è una battaglia che portiamo avanti da milioni di anni e non trovo opportuno attribuire il ruolo mediatico dominante a chi (al di là delle violente ondate di misoginia di cui è stata vittima) non ha trovato la forza di rinunciare alle proprie ambizioni ma solo quella di aggiungersi prontamente alla catena di accuse contro il produttore da cui ha accettato avances e ruoli.
Personalmente conobbi Harvey Weinstein oltre quindici anni fa e ne accettai alcuni inviti lasciandomi però accompagnare nel fantasmagorico hotel di Cap d’Antibes dal bellissimo fidanzato americano di allora, in un ristorante di Roma da mio fratello e all’Hassler addirittura dal mio primogenito neonato (che ridere! … ho ancora la foto). Per la banale ragione che, al pari di molte mie colleghe (…vieppiù quelle nate nell’ambiente), ero ahimè consapevole dei possibili sviluppi degli incontri con il chiacchierato e potente produttore, poi preso di mira dal presidente Trump, come già spiegato da questo giornale.
Come ripete da sempre Don Ciotti, non c’è battaglia che si possa combattere senza il cambiamento dei comportamenti individuali, senza l’assunzione delle proprie responsabilità, senza pagare un prezzo che, a volte, è la carriera.